Quando dimentichiamo il corpo, forse stiamo dimenticando anche noi stessi
Camminavo sulla spiaggia. Come accade spesso durante una vacanza, osservavo il mare, il cielo, la luce, il lento alternarsi delle onde. Poi, quasi senza accorgermene, il mio sguardo si è spostato sulle persone. Non per giudicarle. Per ascoltarle. Perché i corpi parlano. E, qualche volta, raccontano ciò che le parole non riescono più a dire.
Ho visto corpi stanchi. Corpi appesantiti. Corpi trascurati. Ma, soprattutto, ho visto espressioni del volto che sembravano raccontare la stessa storia: sguardi spenti, tensione, malinconia, fatica, una sottile tristezza che sembrava attraversare molte persone. Non era una questione estetica. Non era il confronto con un ideale di bellezza. Era la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di più profondo. Come se, lentamente, avessimo dimenticato il nostro corpo. E, insieme ad esso, qualcosa di noi stessi.
Viviamo in un tempo curioso. Da una parte non si è mai parlato tanto di benessere, salute, alimentazione, fitness, longevità, spiritualità e crescita personale. Dall’altra assistiamo, forse come mai prima, a un progressivo deterioramento della salute fisica, dell’equilibrio emotivo e della qualità della vita. Le malattie croniche aumentano. L’obesità cresce. L’infiammazione diventa quasi una condizione ordinaria. La depressione e il disagio psicologico coinvolgono sempre più persone. Come se, pur disponendo di una quantità immensa di informazioni, avessimo perso il contatto con ciò che dovrebbe essere più semplice: prenderci cura della vita che abita il nostro corpo.
Guardando quelle persone, mi è tornata alla mente un’immagine lontana. Le spiagge degli anni Settanta. Ricordo corpi mediamente più armonici, più proporzionati, più vitali.
MA ATTENZIONE. Non credo affatto che allora fossimo più consapevoli. Sarebbe un errore pensarlo. Eravamo semplicemente immersi in un mondo diverso. Si camminava di più, si mangiava meno, si stava insieme, si giocava, si parlava… si suonava una chitarra sulla spiaggia. La relazione riempiva molti spazi che oggi vengono spesso occupati dal consumo, dai “social”, da una virtualità sempre più invasiva e invadente. Non era coscienza: era contesto. Oggi quel contesto non esiste più. Ed è proprio per questo che siamo chiamati a qualcosa di nuovo. Non a tornare indietro. Ma a diventare finalmente consapevoli.
Penso che il problema del nostro tempo non sia soltanto alimentare. È esistenziale. Molte persone non mangiano perché hanno fame. Mangiano perché sono stanche. Perché sono sole. Perché sono deluse. Perché cercano conforto. Perché il cibo è diventato uno dei modi più rapidi per anestetizzare un disagio che ha radici molto più profonde. Per poi finire in dipendenze sulle quali è difficile definire il confine tra metabolico e psicologico.
Così il corpo, lentamente, smette di essere ascoltato. Diventa il luogo dove si accumulano stress, compensazioni, rinunce e sofferenze. Non perché ci tradisca. Ma perché continua, ostinatamente, a raccontare la nostra storia.
C’è poi un’altra osservazione che mi accompagna da tempo. Mai come oggi si parla di spiritualità, di energia, di consapevolezza, di risveglio. Significa che molte persone stanno cercando qualcosa che va oltre il consumo e l’apparenza. Ma proprio per questo mi sorprende osservare come, talvolta, questa ricerca conviva con una profonda disattenzione verso il corpo. Come se fosse possibile coltivare lo spirito dimenticando la casa nella quale esso vive.
Credo che la spiritualità autentica non ci allontani dal corpo. Ci riconduce ad esso. Più cresce la coscienza, più cresce il rispetto per la vita. E il primo luogo nel quale possiamo esercitare questo rispetto è proprio il nostro corpo. Non perché debba diventare un oggetto di culto. Ma perché rappresenta una via di riconciliazione, di integrazione e di coerenza con se stessi. Un processo che riporta l’anima al centro delle nostre considerazioni e che prende le distanze da un mondo, da un mercato, di menzogne e di illusioni e che ci impedisce di intendere la verità/realtà oltre la speculazione e la manipolazione.
Per me questa è una contraddizione. Ogni autentico percorso interiore dovrebbe tradursi anche in una maggiore cura del corpo. Non per estetica, non per vanità, non per narcisismo, ma per gratitudine. Perché il contrario della trascuratezza non è la vanità. È la gratitudine. La gratitudine verso quel corpo che ci accompagna dal primo all’ultimo respiro, che ci permette di amare, di lavorare, di pensare, di abbracciare, di camminare, di contemplare il mare e di vivere ogni esperienza umana.
Siamo immersi in una cultura che orienta continuamente i nostri desideri. Non vende soltanto prodotti, vende abitudini, compensazioni, bisogni, identità. Per questo motivo educarsi alla salute rappresenta anche un gesto di libertà. Non contro qualcuno, ma a favore di sé stessi. Una persona più consapevole diventa inevitabilmente anche più libera nelle proprie scelte. Più difficile da manipolare. Più capace di distinguere ciò che nutre davvero la vita da ciò che semplicemente la distrae.
Forse la vera domanda non è: Che corpo abbiamo?
La domanda è un’altra. Che rapporto abbiamo con il nostro corpo?
Lo viviamo come un peso? Come un oggetto da esibire? Come qualcosa da sopportare? Oppure come il luogo attraverso il quale la vita ci è stata affidata? Perché da questa risposta dipendono molte più cose di quanto immaginiamo. Dipendono la salute, l’energia, la capacità di amare, la lucidità, la qualità delle nostre relazioni, perfino il nostro modo di abitare il mondo.
Prendersi cura del proprio corpo non significa inseguire un ideale estetico. Significa riconoscere la dignità della vita che esso custodisce. Significa tornare a considerarlo un alleato, non un accessorio. Un dono, non un ingombro. Forse è proprio da qui che può ripartire una nuova educazione alla salute. Non dal culto del corpo, ma dal rispetto della vita. Perché il corpo non ci è stato dato per essere esibito, né per essere trascurato. Ci è stato affidato perché imparassimo, attraverso di lui, ad amare la vita.
Ad maiora semper
Corrado Ceschinelli