ESSERE NEL MONDO SENZA DIMENTICARE CHI SIAMO
Arriviamo al mondo senza istruzioni. Forse però non senza un’intenzione, non senza un disegno più profondo. Portiamo con noi qualcosa che chiede di essere incontrato, compreso, trasformato. Come se la vita non fosse soltanto il luogo in cui costruire qualcosa fuori di noi, ma anche lo spazio attraverso cui qualcosa dentro di noi cerca di rivelarsi.
Eppure, impariamo presto soprattutto come orientarci nel mondo esterno. Impariamo come ottenere risultati, come essere riconosciuti, come adattarci, come costruire un ruolo e una posizione all’interno della società. Molto più raramente qualcuno ci insegna come incontrare noi stessi. Così impariamo a vivere, ma spesso senza comprendere veramente chi, e cosa, sta vivendo.
Nasce da qui gran parte della nostra inquietudine: non tanto dalla presenza delle difficoltà — che appartengono inevitabilmente all’esperienza umana — ma dalla mancanza di una chiave più profonda con cui interpretarle. Siamo abituati a pensare alla vita come alla somma di ciò che ci accade. La nostra storia personale, la famiglia in cui nasciamo, l’epoca che attraversiamo, la cultura che respiriamo, le ferite e le conquiste che accumuliamo lungo il cammino.
Tutto sembra suggerirci che la vita proceda dall’esterno verso l’interno. Accade qualcosa fuori di noi e qualcosa immediatamente si muove dentro di noi: un’emozione, una paura, un desiderio, una reazione. E così arriviamo spesso a credere che la causa del nostro benessere o della nostra sofferenza sia interamente contenuta nelle circostanze che incontriamo. Ma se questa fosse soltanto una parte della storia? Se la partita più importante della nostra esistenza si giocasse su un piano meno visibile? Molte tradizioni filosofiche e spirituali hanno attraversato questa domanda.
Nel mito di Er raccontato da Platone emerge l’immagine dell’anima impegnata in un percorso in cui l’esperienza diventa occasione di conoscenza ed evoluzione scegliendo, essa stessa, il percorso e le prove più idonee alla sua evoluzione. Con linguaggi diversi, epoche diverse e sensibilità diverse, ritorna spesso una stessa intuizione: non siamo soltanto esseri umani che cercano un’esperienza spirituale, ma è vero il suo contrario. Siamo esseri spirituali che attraverso un’esperienza umana (forse anche più d’una) cercano la loro riconciliazione con Dio. La vita allora cambia prospettiva. Non è più soltanto una sequenza di eventi da controllare, evitare o conquistare. Diventa un territorio attraverso cui qualcosa di noi può emergere, riconoscersi, trasformarsi.
La domanda cambia. Non più soltanto: “Perché mi sta succedendo questo?”, ma anche: “Che cosa accade dentro di me davanti a ciò che mi succede?” … “Quale parte di me questa esperienza sta chiamando a incontrare?” Non significa negare la realtà, minimizzare il dolore o ignorare il peso concreto delle circostanze. Le ferite, le perdite, le ingiustizie e le difficoltà appartengono profondamente alla condizione umana. Significa però provare a cambiare il punto da cui osserviamo. La sofferenza non nasce solo dall’evento, ma anche dal rapporto che abbiamo con quell’evento. Dalla nostra identificazione, dalle nostre resistenze, dalle parti di noi non ancora riconosciute che quell’esperienza porta alla luce. In questa prospettiva ciò che incontriamo non è soltanto un ostacolo da eliminare, ma può diventare anche un messaggero da comprendere.
Esiste una frase attribuita a Gesù che attraversa i secoli con una profondità straordinaria: “Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo.” Forse non è un invito a fuggire dall’esistenza o a separarci dalla realtà materiale. Al contrario. Essere nel mondo significa partecipare pienamente alla partita: amare, perdere, costruire, cadere, rialzarsi, attraversare tutto ciò che appartiene all’esperienza terrena.
Non essere del mondo significa forse ricordare che non siamo soltanto il personaggio che vive questa storia. C’è una dimensione più profonda — possiamo chiamarla anima, coscienza, spirito o semplicemente mistero — che osserva, apprende e cresce attraverso questa esperienza. Il rischio più grande è attraversare un’intera vita completamente identificati con la nostra personalità. Credere di essere soltanto il nostro ruolo, il nostro carattere, le nostre ferite, le nostre convinzioni.
Carl Gustav Jung descriveva il percorso di individuazione proprio come un cammino attraverso cui l’essere umano smette progressivamente di identificarsi soltanto con la maschera sociale, la “persona”, per incontrare una dimensione più autentica e completa di sé. Non diventare qualcun altro. Diventare più profondamente ciò che si è.
La grande difficoltà dell’uomo moderno nasce proprio qui: abbiamo sviluppato enormemente la capacità di conoscere e trasformare il mondo esterno, ma abbiamo dedicato molta meno attenzione alla conoscenza di chi quel mondo lo osserva e lo costruisce. E questo non riguarda soltanto il singolo individuo. Riguarda la società intera. Anche il momento storico che attraversiamo può essere osservato da questa prospettiva. Ogni epoca ha vissuto le sue crisi, le sue paure, i suoi conflitti. A noi il nostro tempo appare sempre definitivo, drammatico, senza precedenti. E certamente il dolore del mondo è reale.
Ma forse molte manifestazioni esterne — la violenza, la sopraffazione, il bisogno di dominio, l’incapacità di riconoscersi nell’altro — raccontano anche una frattura più profonda: la distanza dell’essere umano dalla propria dimensione interiore. Una società costruita da individui inconsapevoli rischia inevitabilmente di generare sistemi, comportamenti e tensioni inconsapevoli. Il mondo che costruiamo riflette anche la qualità della coscienza con cui lo abitiamo.
Il grande problema è che spesso veniamo consegnati alla vita con un profondo deficit interpretativo. Impariamo moltissime cose sul mondo che ci circonda, ma pochissimo sul mondo che ci abita. Famiglia, scuola e cultura ci trasmettono inevitabilmente una mappa della realtà: cosa desiderare, cosa temere, cosa inseguire, cosa considerare successo o fallimento. Ma raramente qualcuno ci insegna a osservare la mappa stessa. Impariamo a pensare, ma molto meno a osservare i nostri pensieri. Impariamo a reagire alle emozioni, ma molto meno ad ascoltarle. Facciamo fatica persino a interrogarci su ciò che mangiamo, su come viviamo, su come trattiamo il nostro corpo (tempio dell’anima, appunto); quanto può essere difficile allora mettere in discussione ciò che introduciamo ogni giorno nella nostra mente? Idee, convinzioni, paure, modelli ereditati. Così rischiamo di attraversare un’intera esistenza difendendo una personalità totalmente condizionata e che in gran parte non abbiamo nemmeno scelto consapevolmente.
Quello che molte tradizioni chiamano “risveglio” non significa diventare qualcosa di diverso. Significa iniziare finalmente a vedere. Vedere i meccanismi automatici che ci governano. Vedere quanto della nostra sofferenza nasce non soltanto dalla realtà, ma dal modo in cui abbiamo imparato a interpretarla. Ed è proprio per questo che questa consapevolezza dovrebbe attraversare i luoghi fondamentali in cui l’essere umano viene formato, accompagnato e curato. La famiglia. La scuola. La medicina. La psicologia.
Ogni persona chiamata a incontrare la fragilità dell’altro non incontra soltanto un problema da correggere o un sintomo da eliminare. Incontra un essere umano impegnato, spesso senza saperlo, nella partita più importante: quella con sé stesso.
Una cultura veramente evoluta non dovrebbe soltanto aiutarci ad adattarci meglio al mondo. Dovrebbe aiutarci a ricordare chi siamo mentre lo attraversiamo.
Perché la vita non è semplicemente qualcosa da controllare, vincere o risolvere. È qualcosa che siamo chiamati a comprendere. La partita dell’anima non consiste nel non cadere mai, nel non soffrire, nel dominare tutto ciò che accade. Consiste nel ritrovare, nel mezzo dell’esperienza, il legame con quella parte di noi che osserva, apprende e cresce attraverso tutto ciò che accade. Essere pienamente nella vita. Senza dimenticare che siamo molto più della vita che appare.
Ad maiora semper
Corrado Ceschinelli