“So esattamente cosa dovrei fare, ma faccio fatica a farlo.”

È una frase che sento spesso. L’ho sentita ancora una volta qualche sera fa, durante un colloquio formativo. Una persona raccontava di sapere perfettamente cosa dovrebbe fare: come mangiare, come muoversi, come prendersi cura di sé. Lo sa. Eppure, non riesce a farlo con continuità. Poi arrivano l’abitudine, l’inerzia, la tentazione, la stanchezza. E, poco alla volta, ciò che si era deciso di fare lascia nuovamente spazio a ciò che viene più facile. È una situazione molto più comune di quanto pensiamo. E forse ci dice qualcosa di importante.

Sapere cosa fare non significa ancora essere capaci di farlo. Tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo esiste una distanza. Ed è proprio lì che entra in gioco la disciplina. La disciplina è la distanza che dobbiamo imparare a colmare tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.

Ma c’è un altro equivoco che dobbiamo superare. Quello secondo cui vivere bene significhi rinunciare al piacere. Come se esistessero soltanto due possibilità: da una parte la salute, la disciplina, le regole e la rinuncia; dall’altra il piacere, la libertà, la convivialità e la trasgressione.

O tutto o niente. Questo stereotipo è pericoloso. La nuova educazione dovrebbe insegnarci qualcosa di diverso: imparare a chiamare le cose con il loro nome, riconoscerne il grado di invasività e imparare a gestirle. Se sono a una festa, a un matrimonio, in una situazione di convivialità e di grande piacere, posso vivere quella esperienza pienamente. Posso mangiare qualcosa di diverso dal solito, posso concedermi un piacere trasgressivo, inusuale.

Il punto non è vivere sotto una campana di vetro. Il punto è sapere che cosa sto facendo. Sapere che quello è un episodio e non deve necessariamente diventare un’abitudine. Sapere che il giorno dopo posso tornare alle mie consuetudini, alleggerire, recuperare, riequilibrare. Perché una scelta occasionale non è la stessa cosa di una scelta ripetuta ogni giorno. A maggior ragione, occorre conoscere e definire i pericoli più subdoli che passano per normalità, proprio per evitare scelte disfunzionali senza nemmeno che me ne accorga se non di fronte alla conclamazione in termini di peso, stato vitale e condizione di salute. È la frequenza, la quantità, la ripetizione e il contesto che cambiano il significato di una scelta.

Ecco perché la conoscenza è così importante. Non per costruire una nuova gabbia di divieti, ma per conquistare libertà di scelta. Perché se non conosco, non posso davvero scegliere. Posso soltanto seguire ciò che mi viene proposto, ciò che mi piace nell’immediato, ciò a cui sono abituato.

E qui torniamo al mondo nel quale viviamo. Non viviamo in un ambiente neutro. Viviamo dentro un ambiente che rende estremamente facile la gratificazione immediata e molto più difficile la scelta consapevole. Pensiamo, per esempio, alla pubblicità. Un alimento industriale viene presentato attraverso immagini curate, colori, musica, famiglie sorridenti, bambini, natura, convivialità. Il prodotto diventa quasi invisibile dentro la storia che lo accompagna. E ciò che è stato elaborato, trasformato e costruito per essere desiderabile può finire per apparirci semplicemente innocuo.

Dietro queste comunicazioni esistono interessi economici. È una realtà che non possiamo fingere di non vedere. Non significa che tutto ciò che ci circonda sia sbagliato, né che qualcuno debba essere considerato il responsabile delle nostre scelte. Significa riconoscere una cosa molto semplice: le nostre scelte non nascono nel vuoto. Sono continuamente sollecitate. E se non impariamo a riconoscere questi stimoli, rischiamo di scambiare ciò che ci viene proposto per ciò che desideriamo davvero.

Ecco perché la coscienza non può essere soltanto conoscenza di noi stessi. Deve essere anche capacità di leggere la realtà che ci circonda. Riconoscere ciò che sta accadendo. Riconoscere la propria vulnerabilità. Riconoscere gli interessi, gli stimoli e i condizionamenti dentro i quali viviamo. Vedere il meccanismo mentre si sta producendo. E, proprio in quel momento, decidere di intervenire.

Bisogna educare anche alla capacità di scegliere. E scegliere non significa necessariamente dire sempre di no. A volte significa anche dire di sì, ma sapere perché. Questa, forse, è una delle forme più autentiche della libertà. Perché la persona consapevole non deve vivere nella paura del piacere.

Deve imparare a conoscerlo. Io stesso non rinuncerei per tutto l’oro del mondo al modo in cui vivo e al modo in cui mangio. Non perché mi sia imposto una rinuncia, ma perché ho avuto la possibilità di scoprire che anche quella scelta può essere fonte di piacere. E se non ci diamo questa possibilità, forse non lo sapremo mai. Resteremo ancorati all’immaginazione che ci fa credere che il piacere stia soltanto da una parte. Che mangiare in un certo modo significhi privarsi. Che prendersi cura di sé significhi sacrificarsi. Che la disciplina significhi rinunciare alla vita.

Ma è proprio questa l’illusione dalla quale dobbiamo liberarci. La disciplina non dovrebbe sottrarci vita. Dovrebbe aiutarci a recuperarla. Se voglio imparare una lingua, devo esercitarmi. Se voglio imparare uno sport, devo allenarmi. Se voglio sviluppare una competenza, devo ripetere, correggermi, perseverare. In tutti questi casi comprendiamo abbastanza facilmente che la motivazione da sola non basta. E allora sorge una domanda: Perché facciamo così fatica ad applicare alla salute la stessa disciplina che siamo disposti ad applicare a tante altre cose che consideriamo importanti? Forse perché abbiamo dimenticato che anche vivere è qualcosa che possiamo imparare.

Ed è proprio qui che ritorna il senso di Allenati a Vivere. Allenarsi non significa soltanto allenare il corpo. Significa allenare anche la capacità di essere presenti, scegliere, perseverare e prenderci cura di ciò che abbiamo compreso essere importante. Non per diventare perfetti. Non per vivere di rinunce. Non per trasformare ogni pasto, ogni comportamento e ogni piacere in una prova da superare. Ma per imparare a riconoscere ciò che ci fa bene, ciò che ci fa meno bene e ciò che, se ripetuto nel tempo, può allontanarci dalla vita che desideriamo.

La conoscenza ci permette di distinguere. La consapevolezza ci permette di scegliere. La disciplina ci permette di mantenere nel tempo ciò che abbiamo scelto. E quando qualcosa ci allontana temporaneamente dal nostro equilibrio, la consapevolezza ci permette di ritornare.

Questa è una parte importante della nuova educazione alla salute. Non insegnare soltanto che cosa evitare, ma insegnare come scegliere. Non costruire persone terrorizzate dal piacere, ma persone capaci di viverlo senza diventarne schiave. Non chiedere obbedienza, ma sviluppare competenza. Perché una persona competente è più libera. E una persona più libera può finalmente assumersi la responsabilità della propria vita. Forse è proprio questo che abbiamo dimenticato.

La conoscenza ci indica una strada. La consapevolezza ci fa riconoscere perché percorrerla. La disciplina ci permette di farlo. E la libertà ci permette di viverla senza paura.

 Ad maiora semper

Corrado Ceschinelli